psicologia dieta dimagrante

La psicologia nella dieta dimagrante quanto è importante e perché

1. PERCHÉ SI PRENDE PESO

Perdere peso e tornare in forma è il sogno di molte persone, soprattutto donne.
Dimagrire non è, però, sempre facile: sovrappeso ed obesità non sono, infatti, riconducibili al solo regime alimentare seguito.

La conformazione fisica di una persona dipende da fattori: ambientali, familiari, genetici e dallo stile di vita condotto.
La sola dieta, specialmente in un’ottica a lungo termine, non è sufficiente a smaltire i chili di troppo.

Una ricerca, pubblicata su Cochrane Review, conferma quanto sopra: solo una percentuale molto bassa di persone obese, inferiore al 20%, riesce a perdere il 5% del proprio peso senza recuperarlo nei 5 anni successivi.

Per dimagrire e conservare i risultati ottenuti è necessario combinare la dieta e l’attività fisica con un adeguato supporto psicologico.

2. L’IMPORTANZA DELL’APPROCCIO PSICOLOGICO

Chi vuole dimagrire si concentra sempre sul ruolo dei nutrienti, sugli alimenti da evitare e sull’apporto calorico giornaliero, trascurando l’aspetto psicologico che è essenziale.
La dieta, per avere successo, deve passare dal corpo, ma soprattutto dal cervello.

Un mutamento radicale delle proprie abitudini alimentari, accompagnato da restringimenti e sbilanciamenti, non può essere la soluzione del problema.

Diete drastiche e pericolose non servono, infatti, a nulla: occorre, invece, rivedere il proprio rapporto con il cibo e modificare lo stile di vita, spesso inadeguato.
I regimi alimentari, corretti, sono quelli che non causano frustrazione, lavorano sulle quantità di cibo ingerito e regalano gratificazioni.

Questi particolari approcci contrastano lo stress e ciò si rivela fondamentale per la buona riuscita del percorso dimagrante intrapreso.

Seguire una dieta rigida, punitiva e con molte restrizioni determina, infatti, l’insorgenza dello stress che ostacola la perdita di peso, a causa di una maggiore produzione degli ormoni responsabili del senso di fame.
Il soggetto, intenzionato a dimagrire, può avvalersi di due strumenti molto utili: il cosiddetto diario alimentare e il supporto psicologico.

Il primo consente di registrare tutti i comportamenti e le emozioni che ruotano intorno all’alimentazione, mentre il sostegno di un professionista può aiutare il paziente ad indagare i meccanismi che sono alla base di un comportamento alimentare scorretto (es. fame emotiva).

3. LA FAME EMOTIVA

A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di mangiare un intero pacchetto di biscotti perché arrabbiati, nervosi, tristi o semplicemente annoiati.
Questo atteggiamento viene definito fame emotiva: il soggetto ingerisce, infatti, il cibo in risposta ad uno stato emotivo.

Il meccanismo che si instaura è il seguente: l’individuo vive un disagio, si rifugia nel cibo e prova così una sensazione di benessere con conseguente riduzione dei sentimenti negati provati.
Gli alimenti svolgono, così, una funzione palliativa e si trasformano in una sorta di antidolorifico.

Il sollievo provato è, però, destinato ad esaurirsi in breve tempo: ben presto subentrano le reazioni secondarie ed il soggetto avverte il senso di colpa derivante dalle abbuffate fatte.

La fame emotiva esacerbata diventa Binge Eating: la persona non si controlla più e l’introito di cibo, in un arco temporale ridotto, diviene eccessivo.

Il Binge Eating Disorder, o Sindrome da Alimentazione Compulsiva, non deve essere confuso con la bulimia: non si innescano, infatti, meccanismi eliminatori preposti a compensare le grandi mangiate (es.emesi).

Chiunque sia affetto da fame emotiva deve riflettere: per perdere peso non è sufficiente modificare le proprie abitudini alimentari.
L’individuo dovrà, infatti, concentrarsi sulla sfera psicologica ed emotiva.

4. IL RUOLO DELLO PSICOLOGO

Lo psicologo, in un contesto di questo tipo, svolge una funzione di primaria importanza.
Egli non prescrive alcuna dieta, ma aiuta il paziente a capire quali sono le cause responsabili dell’atteggiamento subentrato.

Fornisce, inoltre, gli strumenti necessari per poter gestire le emozioni negative.
Lo specialista suggerisce, inoltre, alcune tecniche che possono rivelarsi molto utili quando si presenta un attacco di fame emotiva:

  • cercare di smettere di mangiare per ragioni nervose non aiuta: diete, farmaci e terapie varie non servono. La soluzione del problema deve essere ricercata dentro sé stessi, ma per trovarla è indispensabile un atteggiamento aperto, disponibile e non ostruzionista.
  • osservare le proprie emozioni: di fronte ad un attacco di fame nervosa non porta a nulla indagarne le cause. Bisogna, invece, accogliere le emozioni che lo accompagnano e se possibile trascriverle su un quaderno.
  • convertire il desiderio ed appagarlo: il paziente deve cercare di trasformare la voglia di cibo in qualcosa d’altro (fare una passeggiata, uscire con un amico, ecc…). Nasce, così, una nuova consapevolezza di sé stessi che può rivelarsi fondamentale nella lotta contro la fame emotiva.

La psicoterapia diventa, perciò, indispensabile al fine di preparare e seguire il soggetto durante il suo percorso di rieducazione alimentare.
Il paziente deve, in ultima analisi, intraprendere un percorso che si snoda su due diversi binari.
Il primo è finalizzato al raggiungimento di un corretto stile di vita alimentare, mentre il secondo vuole rieducare la persona dal punto di vista emotivo.

Questa combinazione è di primaria importanza se si desidera ottenere dei risultati duraturi.
L’approccio medico e quello psicologico, perciò, si fondono e raggiungono l’eccellenza nel momento in cui i progressi fatti non si perdono con il trascorrere del tempo.

È essenziale non dimenticare che, molto spesso, una fame eccessiva può essere sintomo di un disagio ben più profondo, che deve essere indagato con tutte le accortezze del caso.

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